libri di l. parinetto
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processo e morte di giordano bruno
saggio introduttivo di luciano parinetto
tutti i documenti del processo

si riproducono qui i documenti che riguardano il processo inquisitorio e la morte di bruno, pressoché ormai introvabili nelle vecchie edizioni, accompagnati dalla traduzione dei brani latini che comprendono.
dalle carte del processo veneziano a quelle del processo romano, compreso quel sommario venuto alla luce solo negli anni quaranta, le ultime vicende del filosofo emergono suggestivamente, pur nella distanziazione/deformazione che impone loro il formulario inquisitorio: il bruno che vi si presentifica è un prigioniero (forse anche torturato, come qualche storico sospetta), destinato, dopo anni si estenuante prigionia, ad essere bruciato vivo, in nome di una difesa di dogmi che qui, come innumerevoli altri eventi, si autodenuncia come spietata (e perciò pedagogica!) intolleranza. ben diverso è il bruno che liberamente (fino a un certo punto!) si esprime, privo del bavaglio impostogli dall’inquisizione, nei suoi testi italiani e latini, non ha caso pubblicati tutti fuori dall’italia, lontano dall’occhiuto vigilare della chiesa cattolica controriformistica. di essi dà conto sinteticamente il saggio di luciano parinetto che, dall’imponente massa degli scritti bruniani, estrae una linea evocatrice dei principali motivi di quella filosofia, per più ragioni collegata all’oggi più di quanto non si pensi, con un occhio, se non a tutte, alle più rilevanti interpretazioni che ne sono date.

luciano parinetto è titolare della iii cattedra di filosofia morale all’università degli studi di milano. ha pubblicato numerosi saggi filosofici e tradotto importanti autori classici della letteratura greca e latina e opere della letteratura sia occidentale sia orientale. tra i suoi testi: corpo e rivoluzione in marx; magia e ragione; né dio né capitale; marx e shylock; nostra signora dialettica; karl marx: sulla religione; fast e marx; alchimia e utopia; solilunio, ecc. per i tipi di mimesis ha inoltre curato: nicola da cusa, il dio nascosto; l. feuerbach, rime sulla morte; angelus silesius, l’altro io di dio; eraclito, fuoco non fuoco; hegel-holderlin, eleusis e carteggio; g. e. lessing, il teatro della verità. massoneria, utopia, libertà; j. bohme, la vita sovrasensibile. per stampa alternativa, oltre a numerose altre traduzioni, il vangelo dei cani (aforismi dei primi cinici), roma, 1995. presso rusconi ha pubblicato streghe e potere, milano 1998, la rivolta del diavolo, rimini 1999, e curato, di lao tse, la via in cammino (taotéching), milano 1999, e, di emily dickinson, dietro la porta, milano 1999.

opinioni su giordano bruno

in collaborazione con il ciclotrone, trasmissione scientifica di radio popolare, condotta da matteo merzagora e sylvie coyaud

il 17 febbraio del 1600 a campo dei fiori, a roma, dopo 8 anni di prigionia, giordano bruno moriva arso sul rogo. in occasione del quattrocentenario, ogni mercoledì sera radio popolare chiede a uno scienziato o a un filosofo: chi è per lei giordano bruno? riportiamo, a mano a mano che vengono mandate in onda, le trascrizioni delle interviste che alla fine ci restituiranno un ritratto del grande pensatore rinascimentale
opinioni su giordano bruno

intervista a luciano parinetto

luciano parinetto è professore di filosofia morale alla statale di milano. ha pubblicato, per rusconi, un libro dal titolo processo e morte di giordano bruno. oltre a un ampio saggio introduttivo, il volume contiene una raccolta di documenti del processo veneziano, il sommario del processo romano e i documenti che riguardano la fine sul rogo di giordano bruno.

 

chi è per lei giordano bruno?
potrei rispondere che è un mago, nel senso che bruno stesso, citando aristotele, dà a questo termine, e cioè semplicemente "sapiente". e' un sapiente rinascimentale, come lo poteva intendere la cultura del rinascimento, che includeva ovviamente anche la poesia. forse questa è la più esatta definizione sintetica che si possa dare di giordano bruno. la fine che la santa chiesa e la santa inquisizione gli hanno fatto fare è però una fine da strega. anche questo aspetto da un'idea della complessità della sua figura.

come vede, da filosofo, quegli scienziati che in fisica e in cosmologia trovano degli spunti in giordano bruno?
se scartiamo le letture di tipo positivistico, direi innanzitutto che giordano bruno mostra un punto di vista decisamente non scientifico, almeno nel senso in cui oggi intendiamo il termine. e direi neanche prescientifico. bruno non si interessa assolutamente di quella che sarà la cosiddetta nuova scienza, galilei, descartes, ecc., e d'altra parte non poteva conoscerli. il suo punto di vista è completamente diverso, è quello di un cosmo immenso, infinito, tutto animato, nel quale quindi abita anche la magia, l'alchimia, e tutte quelle (allora) scienze che si collegavano ad una natura considerata animata. non è neppure un copernicano: rimprovera a copernico l'idea della centralità del sole. per bruno nell'infinito non c'è né centro né circonferenza.

da dove arriva la sua passione per giordano bruno? che cosa l'ha messo "sulla pista"?
si tratta di una figura quanto mai suggestiva, non solo per il suo pensiero, ma anche per la sua biografia, per la sua figura in carne e ossa. e' veramente un simbolo, ed è il simbolo di colui che vuole pensare seguendo i propri principi e non principi imposti dall'alto, che vengano dalla chiesa, da aristotele o da qualsiasi altra istanza.
moltissimi hanno voluto accaparrarsi il suo pensiero, dagli anarchici ai panteisti, e direi che fino a un certo punto questa operazione è legittima, perché la morte di bruno ha proiettato su tutto il resto della sua vita qualche cosa che ha trasformato la sua vita stessa.
molte volte nelle sue opere ritorna a dare un ritratto di se stesso in cui campeggia la morte. quindi anche lui si poneva il problema del significato che la sua morte poteva avere per il suo pensiero. pasolini, parlando dell'edipo, disse che la morte costituisce un montaggio, un linguaggio tecnico, filmico, intendendo con questo che la morte dà una sintesi di una vicenda e di una persona che trascura molti aspetti, ma mette anche in luce cose che altrimenti non si erano notate. in bruno questa considerazione è particolarmente eclatante: il rogo di bruno proietta su tutta la sua vicenda qualche cosa che nessuno avrebbe immaginato con lui in vita.
chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, la possibilità di esprimere le proprie idee, di atteggiarsi in una certa maniera, di agire nel mondo, può ricollegarsi a questa figura, che diviene così un simbolo. la cosa interessante, l'errore più grande che ha fatto la santa inquisizione, è proprio che con il rogo di bruno ha verificato le sue teorie magiche. in bruno uno degli aspetti fondamentali è l'efficacia dell'imago, dell'immagine. l'immagine magica è qualche cosa che opera con efficacia se usata in una certa maniera. la santa inquisizione ha imposto al mondo e alla memoria degli uomini questa immagine della figura bruciata che si è impressa nella memoria universale, e così in un certo senso ha reso vera la teoria magica di bruno. e' stato uno scacco tremendo per la chiesa cattolica e per l'inquisizione.

 

l'anticristo                                                               
di friedrich nietzsche
a cura di luciano parinetto
pp. 240, dim 12x17 cm, euro 9,30   

"...oggi occorre sapere che un teologo, un prete, un papa, non appena aprono bocca a pronunciare una frase, non solo sbagliano ma mentono... le nozioni di aldilà, quella stesssa di anima, sono arnesi di tortura, sistemi di crudeltà, usando i quali il prete diventò padrone e padrone rimase...". cent'anni di contrastanti interpretazioni di nietzsche nulla tolgono all'attualità del suo profetico anticlericalismo, antidoto indispensabile all'invadenza sempre più marcata del vaticano nel contesto civile e al ruolo subordinato e complice di tanti sedicenti laici. nel saggio che accompagna questa nuova traduzione dell'anticristo luciano parinetto fa giustizia di molte fastidiose enfatizzazioni del pensiero di nietzsche.

volere allarmare le popolazioni su ciò che succede nei campi, così lontano dalla loro vita artificiale, senza interessarsi a ciò che li rassicura immediatamente (il contenuto del loro armadietto per i medicinali, la chirurgia cardiaca, le promesse di terapie geniche), è nel contempo illogico e vano.

 

stupidità del cristianesimo di voltaire
a cura e traduzione di luciano parinetto
pp. 128, dim 10,5x17 cm, euro 5,16

nell'italia genuflessa al papa polacco piuttosto che a padre pio, l'antidoto dell'anticlericalismo è l'unica arma per non annegare nell'oblio della ragione. l'appassionata invettiva di voltaire contro le violenze e le prevaricazioni millenarie del cristianesimo - svolta sulla base della critica biblica - offre non pochi spunti di riflessione.

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per marx, il mutamento delle strutture sociali e la estensione delle conoscenze non bastano affatto ad assicurare l’estinzione della religione.

essa scompare quando quotidianamente vi siano rapporti razionali fra uomo e uomo ed uomo e natura. ciò vuol dire che la religione – uno dei massimi esempi di dipendenza dell’uomo – potrà estinguersi solo quando veramente gli uomini saranno tanto al di là  di una qualsiasi dialettica servo-padrone  da non aver bisogno di trasporre nell’esperienza religiosa la generale esperienza di dipendenza che li caratterizza in una società alienata.

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sade

dialogo tra un prete e un moribondo

il capitolo
da “dietro la porta” di emily dickinson, a cura di luciano parinetto, rusconi, pp.319, lire 19 mila.

642

esiliarmi da me: quest’arte avessi,
la mia fortezza sarebbe invincibile
da cuore umano.

ma da me io m’assedio:
come aver pace, se non soggiogando
la mia coscienza?

siccome l’una e l’altra son regine:
com’e’ possibile,
se non abdico me da me medesima?



1116

esiste una diversa solitudine
ignota a molti:
un amico che manca non l’origina,
ne un evento del fato,

ma natura, o pensiero , qualche volta,
e chi la sperimenta e’ assai piu’ ricco
dell’esprimibile in numeri mortali.



1755

basta un trifoglio e un’ape per fare un prato;
un’ape ed un trifoglio,
e un sogno desto.
il sogno desto solo puo’ bastare,
se sono scarse le api.




335

il morire non e’ grande ferita;
piu’ gran ferita e’ il vivere,
ma morire e’ una strada differente,
un qualcosa al di là della porta;

come l’uccello migra verso il sud,
prima che il gelo giunga,
in vista di migliore latitudine.
uccelli che rimangono noi siamo.

in brividi, alle porte del fittavolo,
contrattiamo stentata una briciola,
fin quando nevi impietose invitino
le nostre penne a casa.

il mondo in una stanza
in un’antologia curata da luciano parinetto il meglio di emily dickinson. il tormento interiore dell’artista, la sua incapacità di vivere come tutti, la sublimazione dell’esistenza in versi disperati, incorporei, impetuosi
di massimo merletti

scriveva emily dickinson al fratello austin... «questa sera mi sono messa il berretto, ho aperto disperatamente il cancello e, per un attimo, la lotta in me è stata terribile... credo che mi abbia tenuto indietro una forza invisibile, perché rientrai in casa senza aver commesso alcun male...».

era il 1852, e emily, appena ventiduenne, aveva definito, in quell’attimo di smarrimento, il suo futuro. la libertà che cercava non era quella che poteva schiuderle la porta di casa. soltanto in se stessa avrebbe potuto trovare il mondo, conoscerlo e viverlo nell’isolamento del suo spirito, nelle adamantine forme della sua poesia.

rientrò in casa, chiuse la porta della sua stanza, e trovò, finalmente, la libertà... «essere, dico, solamente un’ape, /che sull’aria veleggia, e tutto il giorno/per il nulla remare, /gettando al largo l’ancora./oh quale libertà!».

dall’età di venticinque anni in poi, emily non lasciò praticamente più le quattro mura di quel suo piccolo grande paradiso. escluse il mondo esterno per legarsi a quello dello spirito, perché quella sarebbe stata, da quel momento, in vita e oltre la morte, la sua dimora definitiva... «dimoro nel possibile: una casa / più della prosa bella... come cedri le camere, agli sguardi / inespugnabile, per tetto eterno / l’arco del cielo... mia solo occupazione/ questa: tenere aperte le mie piccole / mani, per contenervi il paradiso».

un’immagine travolgente, impetuosa, incessante punto di incontro tra sogno e realtà, tra inferno e paradiso, per una mente che secondo il “paradiso perduto” di john milton... «può in sé fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo / che importa dove, se rimango me stesso...» e con lui la dickinson... «non occorre essere stanza, né maniero, / per essere infestati da fantasmi. / la mente ha immateriali corridoi...».

la porta rimane chiusa, ma l’anima di emily, in un volo incorporeo, come quello di una strega al sabba, percorre le diverse regioni della vita, cogliendo il bene ed il male, la gioia ed il dolore, o, a volte, più semplicemente, il purpureo tramontare del sole... «se de mortale corpo mi spogliassi / per constatare dove mi ferisce / e entrare nella libertà».

ma, fortunatamente, l’angoscia della scoperta è preclusa agli altri, contenuta nello scrigno del corpo...«non rivela lo spirito il momento / in cui con sé si trova / il terrore la via pervaderebbe se mai volto potesse disvelare... le segrete dell’anima».

scrisse william blake: «il mondo dell’immaginazione è il mondo dell’eternità... il mondo dell’immaginazione è infinito ed eterno; mentre il mondo della generazione è finito e temporale... ». anche emily considerò la mente umana un “tonante sito”, emanazione diretta di dio, ma le sue folgoranti visioni non crebbero nell’ humus romantico d’europa, ma nell’animo di una donna sola, nell’isolamento culturale di una piccola cittadina della nuova inghilterra.

il dio di keats e shelley aveva piantato il suo fiore più bello nel giardino più lontano... «fra gli altri e il mio paese esiste un mare, / ma i fiori ci trasmettono ambasciate».

ma emily visse anche nella realtà. la sua mente non era in grado di fermare il battito del cuore. conobbe l’amore e vide la morte, gioì e pianse, e la cosa straordinaria fu che lo fece nell’unica maniera che conosceva: in poesia.

l’amore non corrisposto per il reverendo charles wadsworth, amico di casa dickinson. un sentimento cristallizzato nell’ideale della sua impossibilità, una passione tanto intensa quanto inefficace, la sublimazione del possesso nella rinuncia più dolorosa... «molti marosi ha il mare ed essi - un baltico - / come per gioco da te mi distolgono; / poco resta di me : me sta per te. / divelte le radici, niente albero. / divelto te, di me niente rimane. ».

insieme all’amore, la morte. essa fu una compagna sempre presente nella vita di emily dickinson. emily vide morire intorno a sé, nel corso degli anni, molte persone care. la sua sensibilità ne fu duramente urtata, lasciando alla morte un grande potere sulla propria immaginazione.

a volte vista come una compagna di viaggio... «siccome morte non potevo attender / morte, in sua cortesia, me stessa attese. / noi due soltanto trasportava il carro... passammo i campi dell’occhiuto grano / oltrepassammo il sole del tramonto». altre volte esaminata freddamente, con una nuda e distaccata obbiettività di rappresentazione... «vidi un occhio che, in morte, si volgeva / torno torno alla stanza ... poi nuvoloso farsi, e come nebbia / torbido, e poi fissarsi immoto... ». per non fuggire infine, proprio lei, alla forza dell’immaginazione... «io morivo. una mosca udii ronzare/... intorno a me s’era consunto il pianto / sospeso il fiato per l’assalto estremo.../dileguarono allora le finestre e più vista non ebbe il mio vedere».

emily la visse, la vide e ne soffrì, ma non la temette mai, anzi la considerò, spesso, come l’unica via di fuga dalla vita, dai “fantasmi del maniero”, da quel corridoio di porte che l’uomo deve percorrere... «il morire non è gran ferita / più gran ferita è vivere, / ma morire è una strada differente / un qualcosa al di là della porta; / ... uccelli che rimangono noi siamo. / ... fin quando nevi impietosite invitino / le nostre penne a casa».

quando la poetessa morì, nel 1886, sua sorella lavinia poté finalmente accedere alla sua torre d’avorio, e scoprire l’eccezionale tesoro che la sorella aveva lasciato dietro di sé. uno straordinario diario in versi, raccolto in centinaia di piccoli fogli rilegati con ago e filo.

testamento di un’intelligenza pura e cristallina, che in quel piccolo ede, domestico aveva sprigionato una forza creativa e una sensibilità tali da ... «avverto impercettibile un amico / nella mia stanza.
né con gesti si attesta, né a parole... non so se ad altri costui faccia visita, / e si soffermi , o no, ma per istinto, / penso il suo nome sia: immortalità».

thomas higginson, suo mentore, le scrisse: «mi è davvero difficile capire come lei riesca a vivere così sola, in compagnia di pensieri di tale intensa qualità e senza neppure la vicinanza del suo cane. ma mi rendo conto che una persona che spinga il proprio pensiero oltre un certo punto, che si illumini come lei, è sola comunque, e il luogo in cui si trova, non fa nessuna differenza».


emily dickinson, “dietro la porta - poesie”, rusconi, pp.319, lire 19 mila.

scriveva emily dickinson al fratello austin... «questa sera mi sono messa il berretto, ho aperto disperatamente il cancello e, per un attimo, la lotta in me è stata terribile... credo che mi abbia tenuto indietro una forza invisibile, perché rientrai in casa senza aver commesso alcun male...».

era il 1852, e emily, appena ventiduenne, aveva definito, in quell’attimo di smarrimento, il suo futuro. la libertà che cercava non era quella che poteva schiuderle la porta di casa. soltanto in se stessa avrebbe potuto trovare il mondo, conoscerlo e viverlo nell’isolamento del suo spirito, nelle adamantine forme della sua poesia.

rientrò in casa, chiuse la porta della sua stanza, e trovò, finalmente, la libertà... «essere, dico, solamente un’ape, /che sull’aria veleggia, e tutto il giorno/per il nulla remare, /gettando al largo l’ancora./oh quale libertà!».

dall’età di venticinque anni in poi, emily non lasciò praticamente più le quattro mura di quel suo piccolo grande paradiso. escluse il mondo esterno per legarsi a quello dello spirito, perché quella sarebbe stata, da quel momento, in vita e oltre la morte, la sua dimora definitiva... «dimoro nel possibile: una casa / più della prosa bella... come cedri le camere, agli sguardi / inespugnabile, per tetto eterno / l’arco del cielo... mia solo occupazione/ questa: tenere aperte le mie piccole / mani, per contenervi il paradiso».

un’immagine travolgente, impetuosa, incessante punto di incontro tra sogno e realtà, tra inferno e paradiso, per una mente che secondo il “paradiso perduto” di john milton... «può in sé fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo / che importa dove, se rimango me stesso...» e con lui la dickinson... «non occorre essere stanza, né maniero, / per essere infestati da fantasmi. / la mente ha immateriali corridoi...».

la porta rimane chiusa, ma l’anima di emily, in un volo incorporeo, come quello di una strega al sabba, percorre le diverse regioni della vita, cogliendo il bene ed il male, la gioia ed il dolore, o, a volte, più semplicemente, il purpureo tramontare del sole... «se de mortale corpo mi spogliassi / per constatare dove mi ferisce / e entrare nella libertà».

ma, fortunatamente, l’angoscia della scoperta è preclusa agli altri, contenuta nello scrigno del corpo...«non rivela lo spirito il momento / in cui con sé si trova / il terrore la via pervaderebbe se mai volto potesse disvelare... le segrete dell’anima».

scrisse william blake: «il mondo dell’immaginazione è il mondo dell’eternità... il mondo dell’immaginazione è infinito ed eterno; mentre il mondo della generazione è finito e temporale... ». anche emily considerò la mente umana un “tonante sito”, emanazione diretta di dio, ma le sue folgoranti visioni non crebbero nell’ humus romantico d’europa, ma nell’animo di una donna sola, nell’isolamento culturale di una piccola cittadina della nuova inghilterra.

il dio di keats e shelley aveva piantato il suo fiore più bello nel giardino più lontano... «fra gli altri e il mio paese esiste un mare, / ma i fiori ci trasmettono ambasciate».

ma emily visse anche nella realtà. la sua mente non era in grado di fermare il battito del cuore. conobbe l’amore e vide la morte, gioì e pianse, e la cosa straordinaria fu che lo fece nell’unica maniera che conosceva: in poesia.

l’amore non corrisposto per il reverendo charles wadsworth, amico di casa dickinson. un sentimento cristallizzato nell’ideale della sua impossibilità, una passione tanto intensa quanto inefficace, la sublimazione del possesso nella rinuncia più dolorosa... «molti marosi ha il mare ed essi - un baltico - / come per gioco da te mi distolgono; / poco resta di me : me sta per te. / divelte le radici, niente albero. / divelto te, di me niente rimane. ».

insieme all’amore, la morte. essa fu una compagna sempre presente nella vita di emily dickinson. emily vide morire intorno a sé, nel corso degli anni, molte persone care. la sua sensibilità ne fu duramente urtata, lasciando alla morte un grande potere sulla propria immaginazione.

a volte vista come una compagna di viaggio... «siccome morte non potevo attender / morte, in sua cortesia, me stessa attese. / noi due soltanto trasportava il carro... passammo i campi dell’occhiuto grano / oltrepassammo il sole del tramonto». altre volte esaminata freddamente, con una nuda e distaccata obbiettività di rappresentazione... «vidi un occhio che, in morte, si volgeva / torno torno alla stanza ... poi nuvoloso farsi, e come nebbia / torbido, e poi fissarsi immoto... ». per non fuggire infine, proprio lei, alla forza dell’immaginazione... «io morivo. una mosca udii ronzare/... intorno a me s’era consunto il pianto / sospeso il fiato per l’assalto estremo.../dileguarono allora le finestre e più vista non ebbe il mio vedere».

emily la visse, la vide e ne soffrì, ma non la temette mai, anzi la considerò, spesso, come l’unica via di fuga dalla vita, dai “fantasmi del maniero”, da quel corridoio di porte che l’uomo deve percorrere... «il morire non è gran ferita / più gran ferita è vivere, / ma morire è una strada differente / un qualcosa al di là della porta; / ... uccelli che rimangono noi siamo. / ... fin quando nevi impietosite invitino / le nostre penne a casa».

quando la poetessa morì, nel 1886, sua sorella lavinia poté finalmente accedere alla sua torre d’avorio, e scoprire l’eccezionale tesoro che la sorella aveva lasciato dietro di sé. uno straordinario diario in versi, raccolto in centinaia di piccoli fogli rilegati con ago e filo.

testamento di un’intelligenza pura e cristallina, che in quel piccolo ede, domestico aveva sprigionato una forza creativa e una sensibilità tali da ... «avverto impercettibile un amico / nella mia stanza.
né con gesti si attesta, né a parole... non so se ad altri costui faccia visita, / e si soffermi , o no, ma per istinto, / penso il suo nome sia: immortalità».

thomas higginson, suo mentore, le scrisse: «mi è davvero difficile capire come lei riesca a vivere così sola, in compagnia di pensieri di tale intensa qualità e senza neppure la vicinanza del suo cane. ma mi rendo conto che una persona che spinga il proprio pensiero oltre un certo punto, che si illumini come lei, è sola comunque, e il luogo in cui si trova, non fa nessuna differenza».


emily dickinson, “dietro la porta - poesie”, rusconi, pp.319, lire 19 mila.

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marxdiversoperverso

luciano parinetto, faust e marx

luciano parinetto, alchimia e utopia

parinettoalchimia.jpgl. parinetto, alchimia e utopia, prefazione di giorgio galli, 2004, 15 euro, isbn 8884831911
«l’uomo nuovo ed integro degli alchimisti (homunculus) è un’utopia che ancora oggi può rivolgersi a chi ancora non si è usurato e consumato nell’attesa della rivoluzione (anzi lavora al suo avvento, attendendola evangelicamente come un ladro di notte). quest’uomo intero è il rovescio dell’uomo alienato che oggi purtoppo rappresenta l’umanità. non a caso la tematica dell’alienazione (che poi culminerà nelle ricerche di rousseau, hegel, feuerbach e marx) è già presente nel vocabolario dei testi alchemici. d’altra parte qui si sottolinea che, per l’alchimia, natura-materia e uomo-spirito (come, in altro contesto per marx) inscindibilmente e dialetticamente uniti, ma ancora potenziali e in divenire, sicché la loro reciproca interdipendenza è anche alla base, a partire dalla prassi umana, della reciproca loro trasmutazione, che forse sboccherà in un cosmo e in un uomo rinnovati».

luciano parinetto (1934-2001) oltre che collaboratore di questa casa editrice è stato anche un caro amico. nelle quarte di copertina la sua autopresentazione cominciava così: «luciano parinetto, bresciano, lavora (e sopravvive) a milano». docente di filosofia morale all’università statale di milano, è stato autore di numerosi testi su marx, stragoneria, magia, alchimia e filosofia.

questo volume inaugura la collana in cui verranno ripubblicati alcuni dei suoi testi più significativi e ormai introvabili. un affettuoso riconoscimento all’originalità e complessità del suo pensiero.

parinettofaustemarx.jpgl. parinetto, faust e marx. metafore alchemiche e critica dell’economia politica satura inconclusiva non scientifica, prefazione di giorgio galli, 2004, 15 euro, isbn 8884832403
“secondo lo stile di molti testi alchemici, faust e marx si presenta come una raccolta di frammenti di uno sconosciuto. la figura di faust (cara a lessing, a goethe e a thomas mann) è la condensazione della tradizione alchemica occidentale […], intesa soprattutto nella grande prospettiva del dialettico rapporto uomo/natura (oggi spaventevolmente deteriorato, anche a causa della chimica, che non è l’erede dell’alchimia!). un confronto, su questo tema, con marx, mette in luce non solo la consonanza (per mediazione goethiana) della concezione marxiana della natura con quella alchemica, ma permette anche di individuare, nell’alienazione economico/politica, la causa dell’attuale catastrofe nei rapporti uomo/natura. il marx che qui si confronta con gli alchimisti è quello che i chimici della politica hanno confinato in solaio […]. si tratta, dunque, di un marx volutamente inattuale che, proprio per questo, forse, ha, da alchimista, ancora qualche cosa da dire a chi non sia intossicato dai chimici della politica, che stanno portando il mondo al dies irae. il suo uomo, diverso e diseguale, riserva, poi, forse ancora un messaggio […] agli emarginati, ai non integrati, ai diversi (se ancora ve ne sono), che, simili agli alchimisti, non venerano ciò che è dato, ma la trasmutazione […]”. (l. p., 1989).

luciano parinetto (1934-2001) oltre che collaboratore di questa casa editrice è stato anche un caro amico. nelle quarte di copertina la sua autopresentazione cominciava così: «luciano parinetto, bresciano, lavora (e sopravvive) a milano». docente di filosofia morale all’università statale di milano, è stato autore di numerosi testi su marx, stragoneria, magia, alchimia e filosofia. questo volume fa parte della collana in cui verranno ripubblicati alcuni dei suoi testi più significativi e ormai introvabili. un affettuoso riconoscimento all’originalità e complessità del suo pensiero.

 

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e-mail: salvocarbone@tiscalinet.it 
aggiornato il 6/07/2007